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Tra un mese esatto, il 26 marzo, vado a vivere a New York.

Se hai strabuzzato gli occhi era proprio quello che volevo: catturare la tua attenzione. Ma adesso calma, ti spiego tutto.

Mi trasferisco a New York per un mese e mezzo. Non per sempre. O almeno oggi non lo posso sapere con certezza, ma il piano è di andare a vivere a New York per un mese e mezzo.

Ho avuto la fortuna di andarci parecchie volte, da turista, dal 1996 a oggi. E dalla prima volta che ci ho messo piede, mi sento sentita a casa. Non so come spiegarlo, ma avevo la netta sensazione di essere al posto giusto. Il MIO posto. Per tanti anni ho accarezzato l’idea di trasferirmi a New York, almeno per un periodo, ma non ho mai preso la decisione di farlo per davvero. C’era sempre una scusa buona. Prima non volevo lasciare il mio lavoro (un lavoro che in realtà non mi piaceva più di tanto) perché avevo paura di tornare da New York e trovarmi senza nulla in mano. Che poi, dopo sei mesi negli Stati Uniti, mi sarebbe davvero importato non avere un lavoro a cui tornare? Poi ho aperto la mia società e ho pensato che non potevo essere così irresponsabile da andarmene per mesi. E poi ho lasciato la mia società e non potevo partire perché dovevo trovarmi un lavoro. Perciò dalla prima volta in cui ho pensato – mi trasferisco a New York – sono passati praticamente vent’anni.

Vuoi sapere come ho fatto a decidere di partire?

Vuoi sapere come ho fatto a decidere di partire? Vuoi che condivida con te la mia “formula magica”?

Ho deciso di partire. Punto.

Spero di non averti deluso.

Ho preso l’agenda. Ho controllato quando sarei potuta andare via per qualche settimana perché non avevo lezioni dal vivo o impegni particolari. Ho chiesto alle aziende con cui collaboro se per loro andava bene che lavorassi da remoto per qualche settimana. E poi ho prenotato il volo.

Ammetto che dopo averlo fatto ero terrorizzata. Ho iniziato a pensare che avevo fatto la cagata del secolo. Passavo da momenti di euforia a momenti di terrore puro. Poi ho iniziato a cercare una casa. L’ho affittata. E ho rinnovato l’assicurazione, ho controllato che l’Esta fosse valida, ho iniziato ad avvertire le persone che se volevano lavorare con me lo avrebbero dovuto fare via Skype per un periodo. Adesso manca solo un mese alla mia partenza, e sono molto felice.

In questi ultimi due anni sono successe un sacco di cose. Tantissime brutte. Tantissime belle. Mi meritavo un premio. Un grosso premio. Ma soprattutto un sogno che tenevo chiuso nel cassetto da tanto tempo meritava di diventare realtà. E per farlo mi sono semplicemente messa a fare… cose reali. Concrete. Una dietro l’altra. Fino ad arrivare a questo post, in cui racconto che tra un mese esatto sarò su un volo per New York.

Cosa vado a fare a New York?

Mi porterò dietro il mio computer, e quindi il mio lavoro. Non sarà un sabbatico, non sarà una vacanza, non ho in mente di fare l’immigrata clandestina. Diciamo che sarà un esperimento. Si parla tanto di smart working, di nomadic workers, e io volevo provare cosa significa, sulla mia pelle. A volte mi capita di lavorare da casa, anche se da quest’anno sono più spesso in azienda. Volevo portare a un altro livello il “lavorare da casa” e capire se posso, con la mia professione, pensare di lavorare in posti diversi, con fusi orari diversi. Volevo anche verificare una mia fantasia. Pensare di trasferirsi negli Stati Uniti o in qualunque altro paese è una cosa. Farlo è un’altra. A New York ci sono stata spesso, ma da turista. E ora voglio capire se mi piacerebbe vivere lì per davvero. Se mi mancheranno le persone che lascio qui in Italia. Lo so che vado via per un periodo breve, ma credo che sia sufficiente per verificare alcune cose. Intanto con gli anni la mia idea di vivere all’estero si è modificata. Non credo che mi trasferirei a New York, ma valeva la pena fare una prova lì.

Quindi tra un mese parto. Non ho programmi particolari, anche se so che vorrei seguire qualche corso, conoscere ancora meglio la città, fare la newyorkese e vedere come mi sento in quei panni.

Poi torno. A maggio, in tempo per il mio compleanno (e per andare in classe al Master in Coaching). E magari poi proporrò un corso, di quelli che più o meno fanno così: sono andata a vivere a New York – chiedimi come!

Scherzi a parte, so che è facile dirlo adesso che l’ho fatto. Ma se penso a quanto in realtà era facile decidere di partire, e se penso che c’ho messo vent’anni per farlo, mi prenderei a calci da sola. Siamo sicuri che quei “non posso farlo”, “non posso farlo adesso”, “non ho i soldi per farlo” siano reali? O sono semplicemente le cose che ci diciamo per non metterci in gioco, per non rischiare di vedere che un nostro grande sogno in realtà non è poi così speciale? Forse andrò a New York e non mi piacerà vivere lì. Forse il mio grande sogno si rivelerà una gran delusione. Ma non è questo che importa. Quello che mi importa davvero è smetterla di stare a guardare. Fare delle cose, non solo immaginarmele.

Per questo tra un mese esatto parto.