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Sono da una settimana a New York, e mi sembra che siano successe già un milione di cose. Oggi pubblico il mio primo New York Dispatch: ogni 15 giorni sul blog vi aggiornerò su cosa mi sta succedendo nella Grande Mela e su cosa sto imparando rispetto al vivere all’estero, il lavorare da remoto (o smart working), l’essere un nomadic worker. Ho pensato di scrivere un post ogni 15 giorni per non ammorbare nessuno con le mie avventure. Ma per chi vuole invece farsi ammorbare, ricordo che potete seguire il mio profilo Facebook o il mio account Instagram (dove tra l’altro faccio delle bellissime – più o meno – IG Stories).

Quindi? Partiamo con il primo dei miei New York City Dispatch…

IL PRIMO IMPATTO CON WILLIAMSBURG

COSA è SUCCESSO

Fondamentalmente questa settimana ho “preso le misure” a Williamsburg. Sono stata a New York almeno una decina di volte negli ultimi 20 anni. Ma ha sempre alloggiato a Manhattan. Più precisamente Union Square negli ultimi quattro o cinque viaggi è diventata praticamente la mia casa newyorkese. È il quartiere di Manhattan che amo di più, che probabilmente conosco meglio, e in cui mi sento perfettamente a mio agio. Conosco tutto: i supermercati, i negozi, i ristoranti, i posti dove andare a bere un caffè o dove fermarmi a cazzeggiare con una buona connessione wifi. Praticamente conosco ogni angolo, e so esattamente dove mi porterà una volta che lo avrò superato. Williamsburg semplicemente non la conoscevo (e ancora adesso non la conosco del tutto). L’impatto è stato buono, ma negli ultimi giorni mi porto dietro una certa irrequietezza che sto cercando di definire meglio. Per capire come superarla. Quindi per ora Manhattan 1 Williamsburg 0, ma ci sono ampi margini di miglioramento. E chissà, il mio sentimento per Williamsburg potrebbe trasformarsi presto in un “modern love”.

Murales Williamsburg

COSA MI HA INSEGNATO

Questa settimana ho imparato che in questo caso “le dimensioni contano”. Williamsburg è un quartiere di Brooklyn, che è un distretto della città di New York. Si estende per quasi 6 km quadrati, cioè è grande come Lurate Caccivio, il paese in cui vivo in Italia. Solo che a Lurate Caccivio c’è una densità di popolazione di 1.668,3 abitanti per km quadrato; Williamsburg ha invece una densità di 5837,94 abitanti per km quadrato. Italiani, ebrei, ispanici, polacchi, portoricani e dominicani principalmente. L’appartamento in cui vivo si trova in un’area abitata principalmente da portoricani e dominicani. Non è che puoi pretendere di capire tutto e di scoprire ogni angolo in poco tempo…

Diciamo che la Williamsburg fighetta e hipster dista circa un km da me, cioè ci metto circa 12 minuti a piedi per raggiungerla. A parte queste informazioni pratiche (santa Wikipedia), ho imparato che gran parte dell’energia che mi ha dato in passato New York, Williamsburg non riesce a darmela. Almeno per ora. Quindi non sto vivendo in un’area fighetta, uno di quei posti che vengono usati come set per film e serie tv. Però mi ci vuole poco per arrivare in questi posti fighetti (sabato ad esempio a 5 minuti da qui tutta la strada era tappezzata di cartelli che annunciavano che in questi giorni sarebbe stata chiusa al traffico per le riprese di un telefilm). Il mio appartamento è piccolo ma confortevole; fa tanto caldo, ma dormo bene (a proposito, il jet lag quasi non l’ho sentito); la padrona di casa è socievole quanto basta; finalmente ho trovato un supermercato che mi piace e che risponde alle mie esigenze alimentari abbastanza bene. Mi piacerebbe sempre mangiare fuori, ma:

  1. potrei morire (perché mi conosco, e mangerei solo schifezze anche se potrei trovare senza sforzo cibi sani);
  2. non sarebbe economicamente sostenibile.

Quello che ho imparato da questa prima settimana qui è che c’è bisogno di tempo per adattarsi. Mentre io pensavo di arrivare qui e di spaccare il mondo dal primo giorno. Sei a New York – cazzo, figata – e invece ti ritrovi a pensare – ma non avrò fatto la cacchiata del secolo? Oggi dico che no, non ho fatto una cacchiata. Ma ho fatto una cacchiata quando ho pensato che sarebbe stato tutto eccezionale subito. E ci sono un po’ rimasta male quando invece alcune giornate scorrevano completamente “normali”. È giusto che ci sia un periodo di assestamento, insomma. Farci i conti mi ha fatta sentire meglio.

L’altra cosa che ho imparato è che ADORO Manhattan. Sì, lo sapevo già, ma fino a che non ci ho messo piede giovedì scorso credo di aver sottovalutato la cosa… Appena sono uscita dalla metro sulla 34th sono stata invasa dall’eccitazione che mi prende ogni volta che sono in città. Ero fuori di me dalla gioia, quasi commossa. E mi piaceva tutto. Persino gli odori, il casino, le sirene delle ambulanze e dei vigili del fuoco. E’ lì che ho capito che adoro Manhattan, compreso il caos. Qui a Williamsburg si sentiranno un quinto delle sirene che si sentono a Manhattan, e non me ne ero accorta fino a che non mi sono ritrovata in mezzo al casino. Lì ho capito che il quartierino fighetto mi piace, che probabilmente ci potrei vivere, ma che l’energia di questa città io la assorbo principalmente quando sono nella “mia New York”. Quindi, visto che parte di questa esperienza vuole essere un’iniezione di energia e una fonte di ispirazione per i mesi che verranno, ho deciso che farò la pendolare, e cercherò di lavorare appena posso a Manhattan. Tanto dista una ventina di minuti di metropolitana. La morale è che bisogna andare dove sta l’ispirazione. Se aspettiamo che venga a bussarci alla porta potremmo aspettare per sempre, perché in una città così grande potrebbe faticare a trovarci…

UN INTROVERSO ITALIANO E’ DIVERSO DA UN INTROVERSO NEWYORKESE?

COSA è SUCCESSO

Come dicevo, giovedì sono stata a Manhattan perché c’era una conferenza a cui volevo partecipare. Ne ho approfittato per fare un giretto e mangiare un hamburger da Shake Shack. L’area della 34th tra la 5th Avenue e Broadway (ma anche più in là) è una zona che conosco e che mi piace. Per me è un po’ un’area cuscinetto tra i quartieri che considero più tranquilli (Village, Soho e compagnia bella) e il casino assordante di Times Square (che cerco sempre di evitare). Qui ci sono tanti negozi e posti che conosco, perciò mi muovevo come se fossi a casa mia. E ho ritrovato tutti i miei punti di riferimento. Più qualcuno nuovo. Ad esempio hanno aperto un piccolo Target, e un Food Court vicino a Penn Station dove mi sono ripromessa di tornare a mangiare.

Lì ho respirato l’energia che New York mi ha trasmesso ogni volta che ci sono stata, e che nei giorni precedenti a Williamsburg avevo fatta fatica a sentire. In serata sono andata alla Science, Industry and Business Library su Madison Avenue per seguire una conferenza intitolata “Career Management for Introverts” e mi sono sentita una vera newyorkese (e forse una vera introversa, più degli altri presenti).

Career Management for Introverts

COSA MI HA INSEGNATO

Partecipare a questa conferenza mi ha insegnato che gli introversi americani sono molto diversi dagli introversi italiani. Sono contenta che Lavinia Basso stia lavorando sul tema dell’introversione, e spero che riesca a darne una sua versione più “nostrana”. Perché se ci basiamo sui modelli americani (che sono quelli che hanno dato il via agli studi su questo argomento), siamo fritti. Vi ricordo intanto che Lavinia ha fondato il Club degli Introversi, e che il prossimo incontro è il 18 aprile. Io sarò ancora a New York, ma voi approfittatene!

Durante la conferenza sono state dette molte cose che già conoscevo. Principalmente perché sono un’introversa e le vivo sulla mia pelle ogni giorno, e poi perché ho studiato la materia abbastanza approfonditamente. Ma alcune cose mi hanno fatta riflettere.

  1. Quando un estroverso ha successo nella sua carriera è perché ha dato spazio al suo lato introverso – quando il relatore ha tirato fuori sta frase stavo per fargli una standing ovation. Nessuno è totalmente estroverso o introverso, e saper coltivare entrambi questi lati del nostro carattere ci permette di ottenere il meglio da ogni situazione; la parte introversa è quella della preparazione, dell’approfondimento, dell’affrontare i problemi da diversi punti di vista. Ed è quella che ci può tornare più utile nella ricerca del lavoro e nel prepararci per affrontare un colloquio.
  2. È più efficace pensare in termini di Job Campaign piuttosto che di Job Search – quando cerchi lavori normalmente ti guardi intorno e vedi cosa c’è di disponibile per te; quando invece entri in “Job Campaign” guardi prima di tutto a te stesso, a cosa desideri, alle cose che hai fatto e a cosa hai imparato, e in base a quello scegli effettivamente quello che ti interessa; cerchi cose che siano desiderabili per te e non vai a caso o dove tira il vento. Grazie a questa strategia IMPARI sempre qualcosa. Devi sapere cosa è importate per te per riuscire a cercarlo… e a trovarlo.
  3. Saper raccontare storie è fondamentale nella ricerca di un lavoro – e con storie qui non si intende balle ok? Spesso durante un colloquio di lavoro o un incontro di networking ci viene più facile fare delle dichiarazioni del tipo “ho fatto crescere le vendite del mio dipartimento del 30%”, “grazie al mio lavoro la mia azienda ha incrementato il fatturato del 10% su base annua”, “il mio team ha ottenuto i migliori risultati di tutti”… Queste dichiarazioni dicono poco o niente di noi. Invece una storia dice tantissimo. Raccontare un episodio che ci è capitato sul lavoro e spiegare come ci siamo comportati o come abbiamo reagito a un problema fa capire molte più cose a chi ci ascolta; anche cose che non abbiamo detto esplicitamente. Chi mi sta ascoltando infatti processa le informazioni che gli dò (la storia che sto raccontando) e ne trae delle conclusioni su che tipo di persona sono e sulle qualità che mi contraddistinguono. Quindi è fondamentale imparare qualche principio di Storytelling e prendere l’abitudine di raccontare storie piuttosto che risultati.

Una settimana è andata. Ne mancano 5 al mio rientro. Ho intenzione di raccogliere il massimo che posso da questa esperienza. E quindi metterò a frutto tutto quello che mi sta insegnando. Nel frattempo, per rendere giustizia a Williamsburg, ecco la panoramica che ho fatto dall’East River Park, sabato scorso, con il sole e un cielo blu bellissimo. Manhattan all’orizzonte, pronta a darmi quello di cui ho bisogno, quando ne ho bisogno. Basta allungare una mano e prenderlo.

East River Park Williamsburg