Se dicessi che il tempo qui a New York sta volando direi una banalità. Ma che male c’è a essere un po’ banali a volte? Quindi sì, il tempo a New York mi sta volando. Sono praticamente a metà di questa avventura, e so che presto mi ritroverò su un aereo diretto in Italia. Sto imparando molte cose, che onestamente non avevo preventivato prima di partire. Su di me, soprattutto. Pensavo di arrivare qui, prendermi quello che New York aveva da darmi, e di tornare a casa con tanta energia e tante idee. Succederà anche questo, ma tornerò a casa anche con qualche certezza in meno su di me. Il che, invece di spaventarmi, mi sta stranamente rendendo molto serena e fiduciosa.

Per aggiornamenti (quasi) giornalieri sulla mia avventura ci sono il mio profilo Facebook o il mio account Instagram (con le mie IG Stories). Ma in questo secondo New York Dispatch vi parlo in particolare di tre cose che ho capito nelle ultime due settimane.

COMFORT ZONE: LE DIMENSIONI CONTANO

COSA È SUCCESSO

Come già ho raccontato, questo viaggio a New York è un viaggio soprattutto al di fuori della mia comfort zone. Sono partita consapevole del fatto che per fare un cambiamento dovevo fare le cose in maniera diversa dal mio solito. Perciò mi sono messa praticamente da subito in situazioni per me “difficili” o comunque inusuali. Ho prenotato una visita nello showroom di un brand di abbigliamento che mi piace molto, e ho giocato per un’oretta a fare la modella, facendomi consigliare su quali capi d’abbigliamento mi stessero meglio. Ho anche partecipato a uno shooting fotografico a Manhattan, all’ombra del Flatiron Building, che mi ha messa a dura prova. Prima di tutto perché odio farmi fotografare (e allora cosa lo hai fatto a fare, vi chiederete…) e poi perché non ero in uno studio, ma all’aperto, con la gente che mi guardava e chissà cosa pensava. Insomma, per me un vero incubo. Questa è una di quelle cose che faccio e di cui poi mi inizio a pentire non appena si avvicina l’ora X. Quella domenica, mentre aspettavo il fotografo nel posto stabilito, hanno iniziato a tremarmi le gambe. E hanno smesso una mezz’oretta dopo aver finito lo shooting. Infine mi sono iscritta a un evento di networking che si terrà la prossima settimana. Questa è una di quelle cose che rifuggo come la peste, ma a un certo punto mi son detta – hai fatto 30, fai 31! E mi sono iscritta. Poi vi racconterò come è andata.

Union Square

Qui è dove sono andata a “riprendermi” dopo lo shooting fotografico

COSA MI HA INSEGNATO

Queste cose mi hanno dimostrato una volta di più che le dimensioni, per quanto riguarda la comfort zone, contano. Eccome. Voglio dire che la grandezza della nostra comfort zone è personale e nessuno può giudicarla. Ci sono cose che per me sono difficilissime e che per qualcun altro sono delle vere sciocchezze. E viceversa. Per questo motivo non giudico mai gli altri per quello che fanno, ma cerco di comprendere la loro attitudine al cambiamento, la loro capacità di andare oltre la loro personale comfort zone (non la mia). Quello che ci sembra un risultato banale spesso è frutto di un grandissimo sforzo, quindi penso che le persone andrebbero rispettate e non giudicate per quello che vediamo, ma per la loro capacità e attitudine a migliorarsi. Che poi, in generale, credo anche che le persone non dovrebbero essere giudicate e basta. Ma stiamo attenti quando commentiamo le “imprese” di un amico o un conoscente. Non sappiamo che cosa sta passando, come vive quella determinata situazione, e quindi non possiamo pretendere di sapere se sta “lavorando” su di sé o se invece sta “giocando in difesa”. Infine non credo nemmeno che sia per forza da celebrare chi esce dalla propria comfort zone e biasimare chi non la fa. E’ davvero qualcosa di troppo personale. Non c’è nulla di male a stare al sicuro, ma restare nella nostra zona di comfort non va bene se in realtà è una zona di dis-comfort. A quel punto dobbiamo far qualcosa. Io cerco di uscire dalla mia zona di comfort quando voglio che le cose cambino, quando mi aspetto delle novità, quando voglio provare cosa succede se… E naturalmente quando sento che dove sto non mi dà stimoli e non mi fa crescere. Allora ho bisogno di iniziare a fare le cose diversamente, per vedere se riesco a ottenere risultati… diversi.

IL COACHING A NEW YORK VS IL COACHING IN ITALIA

COSA È SUCCESSO

Sono andata a una serie di conferenze organizzate dalla Science, Industry and Business Library. Si tratta di eventi gratuiti, solitamente organizzati da coach che si occupano di lavoro e carriera. Dopo il primo (Career Management for Introverts) ho partecipato a “Powerful Pitching, Powerful Networking” e a “Marketing Yourself”. Ero curiosa, al di là del tema delle conferenze, di vedere un po’ come lavorano i coach oltreoceano. E devo dire che hanno tutti uno stile un po’ troppo aggressivo per i miei gusti. Questo non significa che non si possa imparare qualcosa da loro…

Più o meno l’atteggiamento dei coach americani è questo…

COSA MI HA INSEGNATO

I due ultimi coach che sono andata a sentire alla SIBL rappresentavano appieno lo stereotipo del coach americano che parla ad alta voce, quasi urlando, che va avanti a frasi fatte e che prende tutto come una competizione. Non mi fermerò tanto su quello che hanno detto, perché per la maggior parte erano cose che già conoscevo, ma su quello che mi ha fatto riflettere. Al di là dello stile di coaching, che può piacere o meno, credo che gli americani abbiamo una cosa da insegnarci. Che è la capacità di promuoversi. In Italia abbiamo sempre una sorta di pudore nel comunicare quello che facciamo, nel dire che lo facciamo bene e chiedere di essere pagati per farlo. Lo vedo tutti i giorni quando lavoro con i miei coachee, e anche io non sono immune da questo “pudore”. I coach che ho ascoltato mi hanno fatto capire una volta di più che la nostra comunicazione è importante tanto quanto i “contenuti” che forniamo (siano essi prodotti o servizi). Non possiamo pretendere che le persone acquistino da noi se non sanno neanche che esistiamo (o peggio, se si avvicinano a noi e si trovano davanti persone che non sanno raccontarsi o che si sminuiscono). Non è facile, ma si può imparare.

Qualche spunto di riflessione che mi sono portata a casa:

  1. Presentarsi (pitching) è una conversazione – se la prendi in questo modo non sei aggressivo, non manipoli l’attenzione, non ti senti a disagio;
  2. Presentarsi è qualcosa di reciproco – è molto diverso dal concetto che abbiamo di presentazione, che spesso associamo alla vendita e alla persuasione e che probabilmente per questo ci mette “in imbarazzo”;
  3. Presentarsi significa invitare qualcuno nel tuo mondo – e riusciamo a farlo quando impariamo a raccontarci in maniera genuina, attraverso il NOSTRO storytelling, con il nostro stile;
  4. L’obiettivo non è fare una “good impression” ma una “lasting impression” – quando ci presentiamo, vogliamo soprattutto che le persone si ricordino di noi, il più a lungo possibile; perciò dobbiamo raccontare loro cose importanti, di valore (per loro);
  5. Ogni cosa creata in natura è unica e ha un preciso scopo… Anche tu! – per questo non dovremmo aver paura di andare alla ricerca di questo scopo e di raccontarlo al mondo; che cosa ti distingue dalle altre persone? Il modo in cui fai le cose che fai. Non aver paura di raccontarlo;
  6. Be who you are and use what you’ve got to get what you want – comunicare non significa dire qualcosa su di noi che non è vero, ingannare gli altri, indorare la pillola; significa essere ciò che siamo, e utilizzarlo per ottenere ciò che vogliamo dalla nostra vita.

IL VALORE DELLA LENTEZZA

COSA È SUCCESSO

Venerdì mattina sono andata al Brooklyn Botanica Garden. Il tempo era bellissimo, siamo passati da 9 a 25 gradi da un giorno all’altro. I ciliegi non erano ancora completamente in fiore, ma le magnolie sì, e i giardini sono davvero bellissimi. C’era tanta gente perché il venerdì mattino, fino a mezzogiorno, l’ingresso è gratuito. Quando sono tornata a casa ho riguardato le foto che avevo scattato e ho pensato che non rendevano giustizia a quel posto meraviglioso (in realtà il mio pensiero è stato un più semplice: che merde!). Ho ripensato alla giornata e anche al fatto che a un certo punto mi sono seduta a leggere ma sono durata tipo tre capitoli. Poi mi sono dovuta alzare per fare altro. Non perché mi stessi annoiando o perché avessi qualche appuntamento. Semplicemente perché mi sembrava di essere già stata per troppo tempo ferma… Questa cosa mi ha fatto riflettere sul mio modo di fare le cose in generale, sempre di corsa. Non quella fretta tipica di chi è sempre in ritardo o in ansia per fare tutto. E’ una fretta un po’ più subdola, di cui onestamente non mi ero mai accorta fino all’altro giorno. E’ quella fretta di riempire le proprie giornate, di fare tanto di tutto, di essere estremamente produttivi. E’ come se il mio mantra, da un po’ di tempo a questa parte, fosse “chi si ferma è perduto”. Invece sto imparando che chi si ferma ha solo da guadagnarci. Di ritorno dai giardini botanici mi sono scaraventata nel vagone della metro che stava per partire. Di solito non lo faccio mai, e invece l’altro giorno mi sono comportata proprio da milanese imbruttita. E le porte si sono chiuse lasciando fuori un braccio e la mia borsa… Diversamente da quanto accade a Milano, qui le porte non si sono riaperte automaticamente, ma si sono comportate più come una tagliola. Tanto che già mi vedevo sfrecciare per i tunnel della subway newyorkese con il braccio e la borsa fuori dal vagone (o peggio ancora, mi vedevo già senza un braccio). Dopo qualche istante di panico le porte si sono finalmente riaperte e io sono tornata a casa con un livido pazzesco, ma tutta intera. A quel punto mi sono chiesta – che fretta c’era (maledetta primavera)?

Giardini botanici Brooklyn

Brooklyn Botanical Garden

COSA MI HA INSEGNATO

È veramente paradossale che questa lezione io la stia imparando qui a New York, la città “che non dorme mai”. Ma è proprio qui che sto capendo quanto è importante rallentare. Non solo in senso generale, ma anche nelle piccole cose quotidiane che ci sembrano banali, e che invece viviamo a cento all’ora anche quando non sarebbe necessario. Il coaching mi ha insegnato a dare valore al mio tempo, a prendermi tempo quando ne ho bisogno, a non abusare delle mie energie. Ma in questo caso sto parlando di qualcosa che è più uno stile di vita radicato che un momento di sovraccarico. Prendiamo l’esempio delle foto. Che fretta ho da non potermi mettere lì e ragionare un attimo sull’inquadratura, controllare la luce, cercare di fare uno scatto migliore? Non dico di arrivare ai livelli dei giapponesi che ai giardini botanici allestivano veri e propri set fotografici con tanto di props (oggetti di scena). Giuro che li ho visti. Ma ripercorrendo la giornata mi sono vista lì, in piedi, con il telefono in mano, a fare fotografie praticamente camminando. Questa forma di bulimia non mi fa ottenere nulla di buono, alla lunga mi deprime e mi stanca. Quindi ho deciso di farci caso, e di smetterla di correre. Dico che questo tipo di “fretta” è più subdolo perché in realtà non ci provoca grandi danni (almeno non nell’immediato), e quindi tendiamo ad accorgercene di meno. Se per un periodo lavoriamo troppo, corriamo da un impegno all’altro, ci sovraccarichiamo di cose da fare e andiamo in burnout, ce ne rendiamo conto a un certo punto. Il nostro corpo reagisce e ci manda messaggi specifici se la nostra mente non lo fa. Ma se viviamo “di fretta” le cose più banali è molto difficile accorgersene, e i danni potrebbero essere anche maggiori, perché andare di corsa anche quando non è necessario diventa un’abitudine. Difficile da perdere… Io ho iniziato la mia personale rieducazione alla lentezza proprio partendo dalle piccole cose quotidiane. Sabato ho fatto un lungo giro da Wallstreet a Battery Park, fino al South Street Sea Port e poi al Ponte di Brooklyn e Dumbo. E ho cercato di farlo senza fretta. Fermandomi a fare le foto aspettando il momento giusto, fermandomi a mangiare con calma, fermandomi a leggere su una panchina senza l’angoscia di dovermi alzare perché “sono seduta qui da troppo tempo”. Sono esperimenti, che mi stanno però facendo capire molte cose sulla persona che voglio essere e la vita che voglio condurre. Il che non significa per forza che farò meno cose, ma sicuramente che cercherò di farle più consapevolmente.

Da New York per adesso è tutto; ci sentiamo (più o meno) tutti i giorni su FB e Istagram, e poi qui sul blog con i prossimi post e l’ultimo dispatch neworkese il 2 maggio.

Fearless Girl Statue

Lentezza e pazienza: per aspettare che non ci fosse nessun turista nell’inquadratura