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Ci sono delle frasi che continuano a risuonarmi nel cervello. Sono degli insegnamenti che mi porto dietro dall’infanzia, e a cui faccio riferimento spesso per capire come mi devo comportare oggi.
Una di queste frasi me l’ha detta mio padre ed è “non si giudicano le persone per i loro sentimenti”. Che significa che non possiamo veramente mai metterci nei panni di qualcun altro. Non sappiamo che cosa spinge le altre persone a comportarsi in una certa maniera; in realtà non sappiamo niente del loro passato e di quello che hanno attraversato; non possiamo veramente sentire quello che sentono loro. E per questo non dovremmo permetterci di giudicarle.

Ho sempre cercato di seguire questo insegnamento e di sospendere il mio giudizio. Come ho sempre cercato di non avere la presunzione di sapere che cosa stessero passando gli altri. Io so cosa sto passando, e lo posso affrontare a modo mio. Ma non posso sapere cosa succede nella testa (e nel cuore) degli altri. Anche quando sembrano attraversare le mie stesse difficoltà.

Il coaching si basa sull’ascolto attivo. È una delle prime lezioni che ho imparato al Master. “Sentire” significa utilizzare l’udito per captare i suoni provenienti dall’esterno. È un processo sensoriale. “Ascoltare” è un’altra cosa. È un processo psicologico, che permette di convertire i suoni in concetti e sentimenti. Attraverso l’ascolto attivo entriamo in connessione con chi ci sta parlando, capiamo veramente cosa ci sta dicendo. L’ascolto attivo è un processo a due vie: si ascolta qualcuno e allo stesso tempo gli si fa capire che lo stiamo ascoltando. Sul serio.

Nelle ultime settimane ho ripensato molto all’ascolto attivo e a come ci può aiutare a entrare in una più profonda connessione con gli altri. E ho ripescato un articolo che ho letto l’anno scorso e messo da parte perché “un giorno” ci avrei scritto un post. Questo articolo si intitola Why we should all stop saying “I know exactly how you feel”.

Perché dovremmo smettere di dire “So esattamente come ti senti”? Perché noi non sappiamo mai “esattamente” come si sentono gli altri. E perché una frase del genere – spiega la scrittrice Celeste Headlee nel suo post – è un esempio di “narcisismo conversazionale”. Un desiderio, spesso inconscio, di spostare il focus di una discussione su se stessi.

Spesso quando diciamo a qualcuno “so esattamente come ti senti” lo facciamo per dare conforto. A me succede. Soprattutto perché  spesso non so cosa dire “di intelligente” a qualcuno che soffre. Ma così facendo quello che otteniamo è spesso soltanto spostare l’attenzione su di noi, senza dare la giusta attenzione all’altro. Il narcisismo conversazionale è molto spesso inconscio, ma sapere di cosa si tratta ci può aiutare a essere più vicini alle persone e fare più attenzione a come ci poniamo nei loro confronti.

Quante volte, senza farlo apposta, sposti la conversazione su di te?

Ti è mai capitato di parlare con un’amica, ascoltarla lamentarsi del troppo lavoro e risponderle – guarda, non me ne parlare, anche io questa settimana sono presissima?

Prova a notare quante volte rispondi alle storie degli altri con una storia che riguarda la tua esperienza personale.

Come puoi evitare di cadere nella trappola del narcisismo conversazionale?

Secondo il sociologo Charles Derber, quando qualcuno ci racconta un episodio che lo fa star male o lo preoccupa, possiamo dare due tipi di risposta: una di cambio e una di supporto. La prima riporta l’attenzione su di noi, la seconda invece la mantiene sulla persona che ci sta parlando.

Ecco un esempio: qualcuno ti dice “sono davvero stressato”; la risposta di cambio sarebbe “Anche io! Mi sento davvero sopraffatto in questo periodo”; la risposta di supporto sarebbe invece “Che ti è successo? Per quale motivo ti senti così?”.

Semplice? Sicuramente più a dirsi che a farsi. Ma credo che basti prestare più attenzione all’altro, provare a praticare l’ascolto attivo, per riuscire a dare risposte che incoraggiano l’altra persona a continuare a parlare, invece che spostare l’attenzione su di noi.

Questo non significa che le nostre conversazioni saranno a senso unico e che diventeremo dei santi che si mettono sempre al secondo posto e che non si lamentano mai. Praticare l’ascolto attivo ed evitare il narcisismo conversazionale significa lasciare che l’altra persona racconti la propria storia, ci parli dei propri sentimenti, si sfoghi liberamente. Quando avrà finito potremo introdurre la nostra di storia, parlare dei nostri sentimenti, e sfogarci se necessario.

E chiudo con qualche consiglio pratico, per evitare il narcisismo conversazionale:

  1. Pensa al motivo per cui stai ascoltando l’altra persona – lo fai per motivi egoistici? Vuoi sentire cosa ha da dirti oppure hai solo voglia di sfogarti e pensi che ascoltarla sia “il prezzo da pagare” per essere a tua volta ascoltato? Oppure stai ascoltando per imparare, per supportare, per aiutare? La scelta è tua… Scegli.
  2. Ricordati che l’ascoltare non ha nulla a che fare con te – quando ascolti qualcuno i riflettori devono essere puntati su di lui, non su di te.
  3. Non aggiungere troppo valore alla conversazione – questo è esattamente il contrario di quello che si fa nel business! Quando devi vendere parla del valore aggiunto. Quando devi ascoltare, ascolta. Potrai dare la tua soluzione al problema alla fine della conversazione, non durante.
  4. Lascia degli spazi vuoti – stai in silenzio. Fai in modo che l’altra persona possa sentirsi libera di riempire il silenzio, gli spazi vuoti, con quello che sente e che ha da dirti.
  5. Ascoltare non è una gara – quando ascolti, ascolta. Non devi essere performante, non devi trovare sempre una soluzione. Puoi anche solo… ascoltare. E se proprio non vuoi stare zitto, fai in modo che la tua domanda sia – questo come ti fa sentire?