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Da circa un mese in Accademia della Felicità stiamo parlando di burnout. Burnout in amore, salute e burnout, burnout al lavoro…
E se c’è una cosa che credo di aver capito su questa sindrome è che la comprendi al 100% quando ormai ci sei cascato con tutte le scarpe. Ma anche che in qualche modo si può prevedere, facendo molta attenzione ai segnali, soprattutto quelli che ci manda il nostro corpo.

Durante il mese del burnout di Accademia della Felicità ne ho sentito parlare quasi quotidianamente: sui social e sul sito di ADF, ma anche durante i workshop gratuiti (stasera tra l’altro ne tengo anche uno io dal titolo “Pianificazione come strategia anti-burnout). E poi al retreat che si è tenuto lo scorso weekend nelle campagna piemontese.

In questo post vorrei raccontare che cosa mi ha colpito di più di tutto questo parlare di burnout.

AFFRONTARE IL BURNOUT IN TRE PASSI

1. IL NOSTRO CORPO SA PIù COSE DEL NOSTRO CERVELLO

Annalisa Friggi, che è una coach molto brava specializzata proprio su burnout e salute, mi ha spiegato che a volte siamo così stressati da non riuscire nemmeno a decodificare i segnali che il nostro corpo ci manda. Perché è il fisico il primo ad accorgersi che qualcosa non va, e a lanciare l’allarme. Ma poi il cervello se è troppo sotto stress neanche se ne accorge, e va avanti come se nulla fosse. Ho capito quindi che la prima cosa da fare è stare attenti ai segnali che ci dà il nostro corpo. Senza esagerare nel sottovalutarli (io sono un po’ così a dire il vero) né nel sopravvalutarli (e quindi pensare sempre di essere in punto di morte, anche quando abbiamo solo un’unghia incarnita). I primi segnali che dovrebbero farci pensare “sono in burnout” sono i disturbi del sonno, il sentirsi stanchi anche dopo aver riposato a lungo, modifiche nell’appetito (mangio troppo o non mangio), non avere mai energia per fare le cose che ci piacciono. Quindi ok, il corpo ci avverte, poi sta a noi dargli retta oppure no.

2. L’OZIO È UN NOSTRO DIRITTO

Per superare il burnout (e non ricascarci) è fondamentale abbandonare l’idea di voler avere tutto sotto controllo. Oziare significa riempire del tempo con attività non-produttive, adatte a noi e che ci piacciono. Scegliere di prendersi degli spazi per non fare nulla, anche quando avremmo un mucchio di cose da fare. Se stai rabbrividendo mentre leggi questa cosa, forse sei già in burnout o sei sulla buona strada… Perché sì, sembra scandaloso fare una cosa del genere, e cioè oziare quando avremmo dei compiti da portare a termine. Ma in realtà è l’unico modo per “salvarci”. L’ideale sarebbe segnare in agenda almeno due o tre ore alla settimana da dedicare all’ozio, come ha spiegato Francesca Zampone al retreat sul burnout “decidendo se fissarle durante il weekend o nei giorni infrasettimanali, a seconda del nostro stile di vita. Non tutti possono prendersi questi spazi durante la settimana, ma ci sono professioni che lo consento. L’importante è farlo con costanza”. Tra i suggerimenti di cose da fare durante queste ore dedicate all’ozio: camminare senza una meta, sedersi al tavolo di un bar che ci piace e semplicemente osservare le persone che passano. Vale anche passare tre ore sul divano a guardare Netflix.

3. LA TRISTEZZA PUò ANCHE FARE BENE

Ecco, questa è stata la vera sorpresa del retreat sul burnout. Quindi un grazie grande come una casa va a Marco Bonora, che sabato scorso ha parlato di emozioni, e di come “gestirle”. Diciamo che mi sentivo già preparata sull’argomento tristezza ed emozioni in generale. Se volete un bigino veloce e piacevole guardatevi il film d’animazione “Inside Out” e capirete un sacco di cose… Quello che però mi ha colpita di più è stato il significato che Marco ha dato alla tristezza, definendola quell’emozione “che ha la funzione di farci abituare a una perdita”. Non so voi, ma a me questa cosa mi ha messo un po’ il cuore in pace. Ci sono intere generazioni che si sono sentite dire che non bisogna essere tristi, che quando capita bisogna reagire, che non dobbiamo farci vedere piangere, e che se la tristezza dura a lungo dobbiamo farci “curare”. Sentire che la tristezza ha una funzione ben specifica me l’ha fatta apprezzare un po’ di più. E soprattutto mi ha fatto capire che svolge un compito, ingrato sì, ma davvero importante. A volte si può andare in burnout cercando di combattere con tutte le proprie forze le emozioni che si provano. Quando invece dovremmo semplicemente abbracciarle, capirle e utilizzarle a nostro vantaggio, per ottenere qualcosa di buono. Quindi ben vengano le emozioni positive (la sorpresa, la gioia, la soddisfazione), ma anche quelle negative (la tristezza, la collera, la paura). Se sappiamo come “maneggiarle”.

burnout e tristezza